No. Il counseling si rivolge a persone in salute che attraversano un momento di difficoltà, una scelta o un cambiamento. Non si occupa di disturbi né di cura: lavora sulle risorse che la persona già possiede.
Il counseling serve solo a chi sta male? No: si rivolge a persone in salute che attraversano un momento di difficoltà, una scelta o un cambiamento. Non si occupa di disturbi né di cura: lavora sulle risorse che la persona già possiede.
La domanda nasce da un fraintendimento diffuso: che chiedere aiuto significhi ammettere di non farcela. Nella pratica, chi si rivolge a un counselor sta quasi sempre bene e vuole semplicemente vederci più chiaro.
Pesa anche una confusione di termini. In Italia «andare da qualcuno a parlare» viene associato quasi automaticamente all’ambito clinico, e questo mette nella stessa categoria situazioni molto diverse fra loro. Chi deve decidere se accettare un trasferimento di lavoro e chi attraversa una sofferenza persistente hanno bisogni differenti, e figure professionali differenti.
Persone che stanno decidendo se cambiare lavoro. Genitori che faticano a parlare con un figlio adolescente. Coppie che attraversano una fase di stanchezza. Studenti che devono scegliere un percorso e non sanno da dove cominciare.
Nessuna di queste situazioni è un disturbo. Sono passaggi ordinari della vita adulta, in cui però le proprie risorse sembrano temporaneamente fuori portata.
Una parte consistente delle persone arriva anzi da una condizione di pieno funzionamento: professionisti che devono prendere una decisione importante, chi si avvicina alla pensione, chi ha appena avuto un figlio. Non c’è niente da riparare: c’è da orientarsi in qualcosa di nuovo.
Il counseling lavora sul presente e su un obiettivo definito insieme. Non indaga il passato, non formula ipotesi diagnostiche e non tratta patologie: sono ambiti di competenza dello psicologo.
Questo confine non è una limitazione, è ciò che rende il counseling adatto proprio a chi sta bene. Il percorso è breve, concreto e centrato su una domanda precisa.
Cambia anche il modo di lavorare. In un percorso di counseling si parte da una domanda circoscritta e si procede per obiettivi verificabili: al termine si può dire se si è arrivati o no. È una delle ragioni per cui molte persone lo trovano meno impegnativo da iniziare.
Chi non è mai stato da un counselor immagina spesso una specie di interrogatorio. Nella pratica il primo incontro serve a due cose: mettere a fuoco la domanda e capire insieme se il counseling è lo strumento adatto.
Si parla di quello che sta succedendo adesso, non della propria storia dall’infanzia. Alla fine si concordano un obiettivo, un numero indicativo di incontri e la frequenza. Se dal colloquio emerge che serve un’altra figura professionale, il counselor lo dice in quella sede: è parte del suo lavoro, non un rinvio a vuoto.
Se emergono sintomi persistenti che incidono in modo significativo sulla vita quotidiana, la figura appropriata è lo psicologo o il medico. Un counselor formato riconosce questi segnali e lo dichiara con chiarezza: indirizzare la persona altrove fa parte del mestiere.
Alcuni indizi pratici: una sofferenza che dura da molto tempo e non è collegata a un evento preciso; difficoltà che incidono su sonno, alimentazione o capacità di lavorare; schemi che si ripresentano identici da anni. Nel dubbio, il passo giusto è il più tutelante: un primo colloquio con uno psicologo chiarisce il quadro.
Ne parliamo più diffusamente in Counselor o Psicologo? Le differenze.
C’è una convinzione tenace secondo cui a un professionista ci si rivolge quando la situazione è ormai difficile da gestire. È esattamente il contrario di come funziona il counseling: più la domanda è a fuoco e la persona ha energie, più il percorso è breve ed efficace.
Chi arriva in una fase iniziale, quando il problema è ancora circoscritto, di solito impiega poche settimane. Chi arriva dopo mesi passati a rimandare si trova spesso davanti a una situazione più intricata, dove alla difficoltà iniziale si è aggiunta la stanchezza di averla portata da solo.
No. Molte persone arrivano per una scelta da prendere o per un cambiamento in corso, non per una difficoltà conclamata.
Fra i tre e i sei mesi, con incontri settimanali o quindicinali. La durata si concorda all’inizio in base all’obiettivo.
No. Sono ambiti distinti: quando serve un intervento clinico, il counselor indirizza alla figura professionale appropriata.
No. Il counseling lavora sul presente e su un obiettivo concreto: si parla di quello che serve per metterlo a fuoco, non della biografia completa.
Chiedendo presso quale scuola si è formato, se è riconosciuta da un’associazione di categoria e a quale registro professionale è iscritto. La Legge 4/2013 impone di dichiarare questi riferimenti.
Il corso triennale riconosciuto S.I.Co. e aperto alle iscrizioni.