Cos’è il counseling? È un percorso di accompagnamento rivolto a persone che attraversano un momento di difficoltà o di cambiamento. Lavora sulle risorse che la persona già possiede, aiutandola a metterle a fuoco e a
usarle per orientarsi.
Chi si rivolge a un counselor porta quasi sempre una domanda concreta: una scelta da prendere, una relazione che non funziona come vorrebbe, un lavoro che non soddisfa più. Non si tratta di situazioni straordinarie, ma di passaggi che fanno parte della vita di tutti.
Il counselor lavora sul presente e su obiettivi definiti insieme alla persona. Non interpreta il passato e non fornisce soluzioni preconfezionate: accompagna la persona a trovare le proprie.
Gli strumenti principali sono l’ascolto attivo, la restituzione di quanto emerge nel colloquio e la definizione condivisa di obiettivi raggiungibili. È un lavoro che si impara: la capacità di restare in ascolto senza dirigere non è spontanea.
Il primo incontro serve a mettere a fuoco la domanda. Spesso quella che la persona porta all’inizio non è quella su cui si lavorerà davvero: chi arriva dicendo «devo decidere se cambiare lavoro» a volte scopre che la questione riguarda il modo in cui prende le decisioni, non quel lavoro specifico.
Da lì si concorda un obiettivo e un numero indicativo di incontri. Il counseling è un percorso breve e circoscritto: in genere fra i tre e i sei mesi, con incontri settimanali o quindicinali. Ha un inizio e una fine riconoscibili, e quando l’obiettivo è raggiunto finisce.
Negli incontri non si ricevono consigli. Il counselor restituisce quello che ascolta, aiuta a distinguere i fatti dalle interpretazioni e a vedere le opzioni che la persona non stava considerando. La responsabilità della scelta resta sempre di chi la deve prendere.
Nei momenti di transizione: un cambio di lavoro, la fine di una relazione, una scelta formativa, l’ingresso in una nuova fase della vita familiare. Situazioni in cui la persona è sostanzialmente in equilibrio ma fatica a orientarsi.
Il counseling si rivolge a persone in salute che attraversano una difficoltà circoscritta. Quando emergono elementi che richiedono una valutazione clinica, il counselor ha il dovere deontologico di indirizzare la persona alla figura professionale appropriata.
L’ambito più conosciuto è quello individuale, ma non è l’unico. Il counseling di gruppo lavora sulle dinamiche che si creano fra le persone: ruoli, appartenenza, conflitti. Il counseling aziendale porta le stesse competenze dentro le organizzazioni, sulla comunicazione nei gruppi di lavoro, sulla gestione dello stress e sui processi decisionali.
Molti counselor non esercitano a tempo pieno: portano queste competenze dentro il mestiere che già fanno, nella scuola, nella sanità, nei servizi alla persona, nelle risorse umane. La formazione in counseling non sostituisce necessariamente una professione: spesso la completa.
Vale la pena dirlo, perché l’equivoco è frequente. Il counseling non è un consiglio da amico esperto: si fonda su una tecnica di conduzione del colloquio che si impara in tre anni di formazione. Non è nemmeno coaching, che lavora prevalentemente sulla prestazione e sul raggiungimento di obiettivi definiti in partenza.
E non è una scorciatoia economica al percorso psicologico. Quando la domanda riguarda una sofferenza persistente, il counseling non è la versione breve di qualcos’altro: è semplicemente lo strumento sbagliato, e un professionista serio lo dice.
Attraverso un percorso di formazione triennale presso una scuola riconosciuta da un’associazione di categoria. Il counseling è una professione disciplinata dalla Legge 14 gennaio 2013 n. 4, che regola le professioni non organizzate in ordini o collegi.
Non esiste un albo, e questo rende la scelta della scuola l’elemento decisivo: è l’associazione di categoria a verificare gli standard formativi. Abbiamo raccolto i passaggi in Come diventare counselor in Italia, e il programma completo è nella pagina del Corso Triennale di Counseling a Roma.
No. Sono due figure distinte, con formazione, ambiti e riferimenti normativi diversi. Lo psicologo è iscritto a un albo professionale; il counselor esercita come professionista ai sensi della Legge 4/2013.
In genere fra i tre e i sei mesi, con incontri settimanali o quindicinali. La durata si concorda all’inizio del percorso in base all’obiettivo che ci si pone.
È indicato per chi attraversa una difficoltà circoscritta e vuole affrontarla con un accompagnamento professionale. In situazioni che richiedono un intervento clinico, la figura appropriata è un’altra e il counselor lo segnala.
Si mette a fuoco la domanda e si verifica se il counseling è lo strumento adatto. È anche il momento in cui si concordano obiettivo, durata indicativa e modalità degli incontri.
No, e non è una formalità: dare consigli sposterebbe la responsabilità della scelta dalla persona al professionista. Il counselor aiuta a vedere con chiarezza le opzioni, ma la decisione resta di chi la deve vivere.
Il corso triennale riconosciuto S.I.Co. e aperto alle iscrizioni.